La Seconda Guerra Mondiale, per una lunga fase combattuta fuori dai confini nazionali, impegna l’esercito su fronti diversi (Alpi occidentali, Nord Africa e Africa orientale, Jugoslavia, Grecia, Russia) e comporta problemi logistici e di approvvigionamento di tutt’altro genere rispetto a quelli conosciuti e affrontati per il conflitto conclusosi nel 1918.

Ciò che appare immediatamente evidente è la sofferenza della popolazione, costretta fin da subito a dure misure di razionamento. Quando, con la legge del 6 maggio 1940, viene disposto di fissare limitazioni ad alcuni generi di consumo, la situazione è già avviata allo stato di emergenza. I generi voluttuari sono naturalmente i primi a scomparire: è solo l’inizio di un’escalation che vede, nel 1941, razionare persino il pane. I prodotti soggetti al controllo sono distribuiti dietro presentazione di una carta annonaria che fissa precise quantità pro-capite dei generi di prima necessità; ma, quanto dovrebbe garantire un’equa distribuzione, alimenta spesso l’accaparramento dei prodotti generando un diffusissimo mercato nero. Nemmeno le leggi speciali per la disciplina degli ammassi assicurano una razionale gestione dei beni per la sussistenza. Per far fronte all’emergenza, nelle città, più colpite dalle privazioni rispetto alle campagne, aiuole e parchi pubblici sono in alcuni casi approntati a “orti di guerra”.

Dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione nazista delle regioni centro-settentrionali, l’Italia è divisa in due e, dal punto di vista degli approvvigionamenti alimentari, le privazioni permangono anche nei territori via via liberati dagli anglo-americani. Nelle zone occupate, e fino al 25 aprile 1945, i sistematici saccheggi e requisizioni da parte della Wehrmacht immiseriscono ulteriormente territori e popolazioni. È una realtà drammatica e violenta che la gente comune affronta a più livelli e che la Resistenza condivide in uno sforzo diffuso di mobilitazione e lotta. La fine del conflitto segnerà l’inizio di una difficile fase di ricostruzione.