Attestato a Carpi nelle tre edizioni della Guida gastronomica. È descritto genericamente come un salume da cottura “assai pregiato e noto” nel 1931; nell’edizione successiva si aggiunge il dettaglio di un prodotto che si distingue dallo zampone per la forma a tricorno dell’insaccatura, “come quello che una volta portavano i preti”.
Nuovi particolari compaiono nell’edizione del 1984, in cui si precisa come si tratti di una specialità tipica del parmense che prevede l’utilizzo di animali macellati nella sola zona di produzione. Per quanto riguarda la lavorazione: "il primo segreto è la concia a caldo ad animale appena macellato. In queste condizioni la carne assorbe solo la parte indispensabile di sale e spezie e, stagionata, conserverà un'inconfondibile dolcezza. Così lavorato, il pezzo di carne viene protetto con parti di grasso e insaccato nella vescica del maiale, quindi legato strettamente e appeso a stagionare per un anno". Entrando nello specifico la zona di produzione è la Bassa parmense (Zibello, Soragna, Polesine parmense e Colorno) già citata per Culatello e Fiocchetto. E non a caso. La Guida spiega che qui “per ragioni che nessuno storico ha sino ad oggi individuato, la coscia del maiale non diventa prosciutto ma viene divisa in tre parti. Quella anteriore prende il nome di fiocco e viene lavorata come un prosciutto, quella inferiore o zampetto escluso il piede viene semplicemente disossata e ricucita, dopo trattamento di sale e spezie a forma di tricorno. […] La natica, infine, viene trattata in modo particolare e diventa culatello”. In riferimento a questo territorio compare anche un dettaglio per il servizio: come per i bolliti, con salsa verde e mostarda.
Nell’edizione del 1931 il Cappello da prete compare anche a Guastalla e nel bolognese; in quella del 1969 a Reggio Emilia.